
Una volta considerata rara, oggi l’esofagite eosinofila (EoE) è una patologia sempre più frequente. Si tratta di una malattia infiammatoria cronica dell’esofago causata da una risposta immunitaria anomala ad alimenti e/o allergeni ambientali. Questo processo infiammatorio porta un tipo specifico di globuli bianchi, gli eosinofili, ad accumularsi nel rivestimento dell’esofago. Nel tempo, l’infiammazione può determinare una alterazione della struttura dell’esofago che diviene meno elastico, causando difficoltà alla deglutizione. Per il meccanismo che la sostiene e per l’andamento cronico con riacutizzazioni, l’EoE è stata definita anche “l’asma dell’esofago”.
L’EoE è oggi riconosciuta come una delle principali cause di disturbi esofagei, in particolare nei giovani adulti. In Europa si stima una prevalenza di circa 42 casi ogni 100.000 persone, con un aumento costante negli ultimi anni. Questa crescita è dovuta sia a una maggiore consapevolezza della malattia da parte di medici e pazienti, sia a un effettivo incremento dei casi. La malattia è più frequente nel sesso maschile, con un rapporto maschi-femmine di circa 3 a 1, e tende a manifestarsi tra i 30 e i 50 anni. Tuttavia, può comparire anche nei bambini o in età più avanzata.
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Alla base dell’EoE c’è una reazione infiammatoria di tipo allergico: il sistema immunitario, in soggetti predisposti, reagisce in modo eccessivo a determinati stimoli, in particolare alimenti (latte, grano, uova, soia, frutta secca, pesce e crostacei) o allergeni ambientali come acari e pollini. Questa risposta attiva una cascata infiammatoria che coinvolge le cellule eosinofile, normalmente presenti in piccole quantità ma che nell’EoE si accumulano nell’esofago, provocando danno ai tessuti. L’EoE è spesso associata ad altre patologie allergiche, come l’asma, la rinite allergica, la dermatite atopica o le allergie alimentari. Esistono anche predisposizioni genetiche, ma al momento non sono disponibili test genetici utili per la diagnosi o la gestione clinica.
L’esofagite eosinofila è ancora oggi caratterizzata da un importante ritardo diagnostico, che in alcuni casi può addirittura superare i 3 anni. Ciò avviene per diversi motivi, tra cui una errata valutazione dei sintomi, spesso sottostimati o confusi con quelli di disturbi più comuni, come il reflusso gastroesofageo. Nel bambino, la malattia può manifestarsi con sintomi diversi a seconda dell’età: nei più piccoli si osservano vomito ricorrente, irritabilità durante i pasti e scarso accrescimento; nei più grandi, compaiono sintomi simili a quelli degli adulti. In ogni fase della vita, il riconoscimento precoce è fondamentale per evitare l’evoluzione verso forme complicate della malattia.
I sintomi principali dell’EoE sono legati alla difficoltà del cibo a transitare lungo l’esofago. Negli adulti, i segnali più frequenti sono:
Nei bambini, i sintomi sono più sfumati: rifiuto del cibo, vomito, scarso appetito, difficoltà di crescita. Spesso questi segnali vengono interpretati come “capricci alimentari” o disturbi funzionali. Molti pazienti, senza accorgersene, modificano le proprie abitudini per compensare il disturbo: masticano più a lungo, bevono molto durante i pasti, evitano cibi difficili da deglutire. Queste strategie, anche note come comportamenti adattativi o meccanismi di compenso, possono mascherare la malattia per anni, contribuendo così al ritardo diagnostico.
“Se ti capita spesso di bere molto durante i pasti per aiutarti a deglutire e/o se eviti alcuni cibi per paura che si blocchino, parlane con il tuo medico.”
Il percorso diagnostico parte sempre dalla valutazione dei sintomi, ma per confermare una diagnosi di EoE è necessaria un’endoscopia con biopsie dell’esofago. Questo esame, eseguito in sedazione, permette di osservare direttamente la mucosa esofagea e di prelevare piccoli campioni di tessuto. La diagnosi si basa sull’evidenza, al microscopio, di un’elevata concentrazione di eosinofili (almeno 15 per campo ad alto ingrandimento). È importante che il paziente sospenda eventuali terapie anti-reflusso (inibitori di pompa protonica) prima dell’esame, per non falsare il risultato. Alcuni segni visibili durante l’endoscopia (anelli esofagei, solchi longitudinali, placche biancastre) sono suggestivi ma non sufficienti da soli per la diagnosi. Solo l’esame istologico la conferma.
EDOARDO VESPA
Unità di Gastroenterologia e Endoscopia Digestiva, IRCCS Ospedale San Raffaele, Milano
MATTEO GHISA
Dipartimento di Scienze Chirurgiche, Oncologiche e Gastroenterologiche, A.O.U., Padova